La schiuma dei giorni
Rintoccano nel mio cervello, instancabili, due adagi: dell’uno devo tacere, potrebbe ancora tornarmi utile, del secondo invece ho già fatto un titolo, La schiuma dei giorni, il romanzo di Boris Vian del 1947, che nella mia sensibilità ha sempre portato con sé qualcosa di romantico, quasi distensivo, come se evocasse il mare della vita che ribatte contro gli scogli del tempo; eppure basta una lettura più aguzza per accorgersi che quella schiuma non ha nulla di oceanico, non è il moto ampio dei flutti, ma è piuttosto effervescenza superficiale destinata a sparire.
Proprio come nel boccale di birra o nel calice di champagne, la schiuma nasce da una sensuale reazione chimica che promette un’ascesa e invece esita nel vuoto: il liquido tenta di farsi aria, si gonfia, vibra, sembra voler trascendere la propria natura e poi fallisce, retrocede, si dissolve; e ciò che resta è un niente frizzante che chiede di essere bevuto prima che scompaia. Bevi il fantasma, mangia il fantasma, fallo immediatamente.
La mia vita da omosessuale è stata a lungo un inno all’amore tra Colin e Chloé, e questa mia fase milanese non è che un’ esasperazione al calor bianco di quello stesso contenuto amoroso, come se l’hic et nunc avesse trovato qui un teatro più feroce e più luminoso; potrei indulgere in questioni teorico-letterarie — la mia formazione è un piccolo Satana che mi sussurra continuamente all’orecchio — ma mi limito a ricordare un fatto formale decisivo: il romanzo è costruito come un pezzo jazz. Del resto, Vian era uno squisito jazzista.
Il jazz è improvvisazione, vibrazione, momento che non conosce progettualità; e così Colin e Chloé si incontrano a una festa e, quasi senza soluzione di continuità, si sposano, perché la progettualità non è contemplata, anzi va combattuta, come se l’amore dovesse restare puro accadimento, puro swing; ma nel momento in cui si insinua la dimensione della cura, del mantenimento, della gestione, tutto perde ritmo, tutto si appesantisce, e l’improvvisazione si incrina.
Vian allora compie il suo gesto più crudele, facendo ammalare Chloé con una malattia tanto chic quanto assurda: una ninfea che le cresce nel polmone e che può essere contenuta soltanto circondandola costantemente di fiori freschi; il fiore dei fiori, simbolo pittorico e amoroso per eccellenza, diventa così un dispositivo di soffocamento, un eccesso di bellezza che invade il respiro e lo interrompe. È come se l’amore, una volta stabilizzato (qui è il matrimonio, nelle nostre vite qualunque accidente formale o promissorio), producesse un corpo estraneo. Per sopravvivere occorre introdurre continuamente elementi nuovi, freschi, effimeri, che impediscano alla forma di diventare definitiva.
Chloé non vuole quel fiore parassita, decorativo, acquatico; ha bisogno, per sopravvivere, di un continuo ricambio di piccoli fiori, e questa esigenza apparentemente poetica introduce in realtà una logica molto meno lirica di quanto sembri: non la brutalità del denaro, ma quella della sostituzione perpetua. Non è il fiore in sé a salvarla, bensì il suo avvicendamento, la freschezza come condizione vitale, l’aria che deve essere sempre nuova, mai già respirata. È una bulimia di presente, un rifiuto di ciò che permane; il fiore deve appassire per essere rimpiazzato, perché solo nel ricambio si conserva l’illusione della vita. E Colin — in cui drammaticamente rivedo il nostro tempo— resta intrappolato in questo dispositivo di rinnovamento compulsivo, dove non conta l’amore ma la sua incessante riattivazione, la notifica che lampeggia, il profilo che appare a pochi metri di distanza, la promessa che qualcosa di più fresco, di più vicino, di più appena nato possa ancora salvarci. In questo senso Chloé somiglia meno a un’eroina romantica che a un ricchione su Grindr: non muore per eccesso di sentimento, ma per eccesso di aggiornamento. La ninfea stessa è una forma di schiuma: galleggia a pelo d’acqua, immediatamente visibile, pronta a essere colta, come un invito permanente al consumo dell’istante; cogli la ninfea, bevi la schiuma dei giorni, gettati nello stagno e guardati prima di farlo, che spesso in quell’acqua sembriamo più belli; ma se quella schiuma, invece di dissolversi secondo la sua natura, decidesse di solidificarsi? Allora non ci sarebbe più modo di respirare, e l’istante si trasformerebbe in condanna asfittica.
Chloé muore soffocata; Colin resta, senza soldi, senza amici, in una casa che si restringe come un inconscio depresso, tanto che perfino il topo domestico sceglie di morire pur di non assistere oltre alla contrazione del mondo.
Qual è l’alternativa? Non lo so, e forse non c’è; resta soltanto una difesa ironica, che Vian aveva già formulato con lucidità canzonatoria:
J’suis snob
Encore plus snob que tout à l’heure
Et quand je serai mort
J’veux un suaire de chez Dior.
Testo di Emanuele Bonavolta