Domenica

Mi avevano detto, da bambina, che la domenica fosse il giorno consacrato a Dio. Eppure, in questa città, la domenica, più che il giorno in cui foderarsi della misericordia del Signore, sembra quello in cui addobbarsi a mo’ di tutte le signore. Io comunque, che ho sempre avuto più vocazione per la liturgia stilistica che per quella eucaristica, me la sono cavata fin da subito senza troppe difficoltà. 

Dopotutto, grande occasione, grande chic. E forse, in questo caso, anche grande divertissement delle maestranze. Così, conciata come un’antilope incrociata con un procione delle Bahamas, mi piazzo un bell’animale stecchito sulle spalle e me ne vado in giro sgambettando in versione esotica frequentatrice di cabaret. Sulle dita finti brillanti, vera opulenza e quella favolosa essenza francese che sa tanto di dignità ecclesiastica e disperazione. Sapete, pare che da adulti si prediligano quegli odori che ci sono in qualche modo familiari. E infatti, a me, gli effluvi ecclesiastici, piacciono molto. Anche gli uomini ecclesiastici mi piacciono molto. Conservano sempre quel non so che di proibito e un certo vincolo del castigo. 

Un’altra essenza che mi piace tanto, per esempio, è quella della matricaria. A casa mia infatti, era usanza, per mia madre, ustionarmi la testa sotto le acque purificatrici della camomilla. Lo faccio per i capelli, diceva. Anche se - diciamocelo - tra le secchiate d’acqua paglierine di mammina e mia nonna che mi dissetava con litri di acqua benedetta, la mia infanzia somiglia più a una pratica esorcistica che a un rituale di bellezza. Eppure, sono sempre stata una bambina serena.

Alla fine però, i miei capelli sono venuti su proprio bene. Così bene, che anche la fede nei confronti della bellezza ho dovuto proprio iniziare a professarla. Che volete farci, il buon gusto sarà pure l’unico capriccio alla portata della borghesia, ma la vanità è probabilmente l’unico vizio che posso ancora permettermi.

Così, la domenica, seppellisco un gioiellino di cipria dentro un finto uovo di Sirena e me la porto in giro in un perpetuo vortice di fasto e devozione, con l’aria sbarazzina e con quel po’ di lungimiranza dell’inutilità che mi rimane e che taaaanto mi piace. Pare sia molto volgare mummificarsi la faccia in pubblico sotto una nube di cipria e naftalina, da queste parti. Sta di fatto, che io, dentro tutti questi atti di volgarità, ci ho sempre trovato una grazia infinita. 

Milano, che piccola città tronfia e borghese. Di quella borghesia molto snob e perbenista che pensa ancora che il gusto possa essere addomesticato. E questo, a parer mio, è forse il più grande fallimento dell’essere umano.

Comunque, un uovo di Sirena - a un certo punto della mia vita - l’ho desiderato per davvero. Avevo anche letto che a Capri se ne potessero trovare di bellissimi al mercato. Io però, non l’ho mai trovato. Anzi, se qualcuno conoscesse, chessò, un trafficante di uova di Sirena, me lo faccia sapere. A Parma, per esempio, avevo uno spacciatore di Tigri. Si chiamava Sunday. E infatti, lo vedevo solo di domenica. A Milano invece, gli unici bravi commercianti che sento nominare sono quelli che si avvelenano nei fasti della cocaina, quella è un sempreverde. Ahimé, io non l’ho ancora provata.


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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