Teatro
Se fossi nata uomo, avrei di sicuro fatto il papa. E invece sono nata donna. Donna e pure borghese. Come se una disgrazia sola - a questo mondo - non bastasse. Così, un bel giorno, quando finalmente ho raggiunto la giusta coscienza per accorgermi di essere stata profanata dalla croce della femmineità virtuosa e da quella - forse ancor peggiore - della moralità viziosa, ho iniziato a pensare che, se proprio avessi dovuto subire un’altra sventura nella vita, sarebbe stata quella d’esser musa. Perché se è vero che una musa eleva ogni dramma a Dio, allora è vero anche che un dramma può elevare ogni musa a dea.
Dopotutto, se all’universo servono un papa, qualche sciamano e un florilegio di cartomanti, allora proprio non vedo perché si dovrebbe fare a meno delle muse. Credo sia per questo - o per un puro atto di vanità nei confronti di me stessa - che ho iniziato a frequentare i teatri. Per lo più, i teatri d’Opera. Perché se esiste una sola fede sulla quale potrei prestare giuramento, è quella che ripongo nella porpora. E se in passato, per le chiese mi sono sempre tenuta stretta la considerazione che non fossero altro che le chimere di Dio, allora i teatri sarebbero senz’altro stati il pied-à-terre di tutte le muse. Ecco, per questo andavo a teatro.
Andavo a teatro sola, andavo a teatro stanca, andavo a teatro avida e nottambula. Ed è in quel sensuale e privilegiato pantano incrostato di velluti che iniziai finalmente ad apprezzare il delirio di essere nata femmina, acre e dissoluta. E poi, si poteva incontrare chiunque. C’erano quelli che si vergognavano di avere un vizio e quelli che, al contrario, prendevano ispirazione dai vizi altrui. Divoratrici di uomini e estimatori di champagne, molti playboy, altrettanti professionisti della rispettabilità, intellettuali alla ricerca di disperazione e disperati alla ricerca di un ristoro intellettuale. Tutti snob sì, ma proprio ben confezionati. Tutti apostoli del buon costume, ma clandestinamente votati all’eccesso.
Ecco la cosa che più mi piace dei teatri d’Opera contemporanei. Che sono come i borghesi. Mantengono questo ipocrita e forzato ossequio nei confronti delle regole nonostante la loro innata inclinazione alla dismisura. Che poi, ad essere proprio del tutto sinceri, non c’è proprio niente di plateale, enfatico o teatrale nel lasciarsi prendere dallo scrupolo del decoro. Ecco perché credo che i teatri siano antiborghesi per diritto di nascita. Insomma, sono pur sempre foderati dello stesso colore dei bordelli. O dell’Inferno.
La scorsa notte sono tornata a teatro. Don Chisciotte di Rudolf Nureyev nel cartellone coreutico. Recita delle ore 20:00. Un invito, il mio, ricevuto da Manolo Blahnik. Alle ore 18:45 ho iniziato la mia vestizione. Con una sigaretta in bocca ancora spenta e impregnata di saliva, ho fatto scivolare un cencio funereo su queste spallucce troppo crude, il seno troppo ostinato e le cosce troppo sudate. Poi, ho sollevato le braccia. E sotto cascate di irriverenti velature, ho sbriciolato un’accozzaglia di finti brillanti sulla sommità della mia testa, soggiogando i capelli dello stesso colore del demonio ai virtuosismi della poesia. Simulacro di vanità. Voluttà del declino. Disfacimento della mondanità. Tutte cose a caso.
Me ne sono stata per un po’ a piedi nudi dentro la mia topaia foderata in legno. Sgualcita, profanata, privilegiata, viziosa e pure emancipata. Poi, soffermandomi sul pelo ispido del leopardo stecchito a terra, li ho fasciati di un giallo eucaristico. Inteso non come mistero di Cristo, ma come linguaggio supremo di solennità. Il dorso affusolato delle dita appena in vista. Il satin inghiottito da una valanga di cristalli con l’arduo compito di sostenere ego e andatura. È questa l’architettura erotica di tutta la mia visionaria mitomania. La solenne vestizione che, in un attimo, diventa sacra investitura.
Così, con la sigaretta ancora inerte tra le labbra, sono uscita.
Nel dicembre del 1905 Marius Petipa scriveva sul suo diario:
Sera, spettacolo di beneficenza a favore del corpo di ballo: Don Chisciotte. Mancavano molti interpreti. Sono rimasto a casa. Ho fitte dolorose in tutto il corpo. Sono un martire. Ho dormito sulla mia poltrona. Da solo per tutta la sera.
Stanotte ho scritto sul mio diario:
7 luglio, Don Chisciotte di Rudolf Nureyev, Teatro alla Scala di Milano. Primo tableau scenico, ho pianto. Secondo atto, ho visto le muse. Driadi.
Don Chisciotte è nato come balletto in 4 atti e 8 scene, su musica di Ludwig Minkus e libretto e coreografia di Marius Petipa. È andato in scena per la prima volta nel dicembre del 1869 al Bolshoi di Mosca. Nel 1900 Alexander Gorsky mise in scena la sua prima versione nello stesso teatro. Nel 1900 la portò al Mariinsky di San Pietroburgo. Nel 1966 Rudolf Nureyev ne firma una nuova lettura per il Balletto dell'Opera di Vienna, rileggendo la tradizione di Petipa e Gorskij attraverso una scrittura coreografica di straordinario virtuosismo. La versione, successivamente riallestita e affinata per il Balletto dell'Opéra di Parigi nel 1981, è oggi considerata uno dei capolavori del repertorio novecentesco e una delle interpretazioni più celebri del Don Chisciotte.
Grazie Manolo Blahnik per l’invito.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta