Cartier, la mia personale storia
Mi sono chiesta più volte: esattamente, una storia cos’è? Un insieme di aneddoti, fatti, un vortice di notevoli vicissitudini, il resoconto di un’emozione, le memorie di una musa o la trepidante narrazione di un temperamento creativo. Sono giunta poi a una conclusione. Una storia è - per me - la logica conseguenza di un incontro, sia esso fortuito o volontario.
Come in quel pomeriggio di marzo del 1863 in Rue de la Paix, quando Antoinette Guermonprez entrò - accompagnata da suo marito - nell’atelier del sarto più famoso di Parigi, Charles Frederick Worth. Il profumo delle camelie impregnava le crinoline delle clienti del gran mondo francese e il brusio delle conversazioni era nullo se paragonato al fruscio di strascichi di seta e pezze di tulle. Antoinette fu ricevuta nello studio del couturier dagli occhi blu, il quale scelse per lei crêpe de chine e pizzo. Tuttavia, la sua ingenua emozione era attenuata dall’esasperata curiosità di suo marito. François infatti, agognava da giorni l’incontro con Worth, il quale più di una volta - e inconsapevolmente - lo aveva derubato di una fornitura di aigrette offrendo all’occasionale venditore una somma superiore al loro reale valore. L’orgoglio ferito di un uomo era stato quindi il principale movente per osservare più da vicino il sontuoso sarto che aveva depredato le piume destinate ai diademi e ai copricapo di un gioielliere. Il nome dell’uomo che accompagnava Antoinette era Louis-François Cartier, e quell’incontro - numerosi anni a seguire - diede vita alla più grande alleanza del Secondo Impero, la dinastia Cartier-Worth.
La storia dei Cartier è un prodigio fatto di ossessione, ambizione e perfezione, quella stessa perfezione che idealizza con fare discreto un’assoluta e ormai immortale idea di lusso. Ho osservato spesso il lusso da lontano, proprio come François faceva in Rue de la Paix, alle Tuileries, nei salotti damoscati rivestiti di velluto, all’Esposizione Universale del 1855, sulle spalle nude di note contesse o tra le mani delle infilatrici di perle e se chiudo gli occhi, un brivido si fa spazio sulla mia pelle portando alla luce tutte quelle storie che si nascondono dietro la sfarzosa apparenza di uno sfavillio. E per quanto io sia debole alla vista sfoggiata di snobismo e lucentezza, non credo che il lusso sia dato dall’esibizione, né dalla fastosità o dallo splendore, non dal fremito delle demi-mondaine che aspiravano all’ascesa sociale tappezzandosi di gioielli. Per me il lusso è il meraviglioso tormento della ricerca spasmodica di un’inesistente perfezione, la smania di un singolo, lo studio minuzioso e il sacrificio dietro la creazione di un oggetto o di un ideale che - a causa di un incontro - tramutano nel debutto affannoso di una o infinite storie.
La mia personale storia con Cartier inizia nell’aprile 2022, dopo aver ricevuto un invito a cena. Con la stessa semplicità di Antoinette e con un filo di ostinazione tipico di François, mi dedicai alla scelta dell’abito per le successive settimane. Un abito è per me la traslazione di una singolare entità su lembi di stoffa che tengono segreto il principio di un carattere umano e per questo imperfetto. Deve congiungersi alla mia indole senza sovrastarla, narrare della mia identità senza imporre presagi. Non deve sussurrare il nome di couturier o sarti, ma concedere alle mie aspirazioni e fantasie l’illusorio momento della consapevolezza. Per questo, a cena con Cartier, ho deciso di indossare un abito che almeno in quel momento fosse egoisticamente mio. Avevo acquistato alcuni mesi prima una fornitura di seta nera necessaria alla creazione di una veste da camera dalla circonferenza di ben quattro metri. Non avendo tuttavia trovato qualcuno che potesse tradurre i miei pensieri in eccentrica sobrietà, portai l’intero tessuto a Francesca, amica, illustratrice, dallo sguardo interiore decisamente acuto e elegante. Due coppe di champagne, svariati disegni, dieci giorni e cinque metri di chiffon dopo, l’abito era in partenza con me per Firenze. È stata una cena intima, per pochi amici, la notte illuminata da candelabri assuefatti alla cera sciolta, non il profumo delle camelie dell’atelier di Worth, ma l’aroma della leggera rugiada dei colli fiorentini. Io, al mio posto, con un abito in grado di condurre il portamento e le manchette ai polsi, pesanti, quasi a voler riportare nel mondo reale ogni innocente tentativo di sventatezza della mia superficiale fantasia.
Se la mia storia fosse un libro, il secondo capitolo avrebbe inizio non al calar della luna, ma al risveglio in un antico monastero e quel giorno non lo dimenticherò mai. Ossessione, ambizione e perfezione, penso alla vita di Louis-François Cartier, al laboratorio di Montorgueil, al numero 9 del boulevard des Italiens, alle aspirazioni e alle giuste intuizioni di Alfred o di Pierre, a un mondo da venerare che appare lontano e agli illustri artigiani senza i quali non esisterebbe Cartier. In quel giorno continua la mia storia. Fui invitata dalla maison a visitare una manifattura toscana, la stessa che stava allora producendo una borsa non ancora svelata al mondo. Il silenzio solenne delle maestranze a lavoro, il cigolio degli scaffali ricolmi di pellami, tutto in quelle stanze gridava responsabilità, riservatezza e incanto. C’era poi una borsa, uno straordinario oggetto che prendeva forma pezzo dopo pezzo, le vele fasciate di pelle, la parte anteriore più spessa per supportarne la chiusura, il volto di una pantera assemblata su tre livelli e infine, un piccolo appunto su un foglio di carta, lasciato lì quasi per caso, che indicava la direzione della luce sull’oggetto una volta indossato. Eccola, la forma più elegante di eccellenza che custodisce in sé il riserbo di un segreto. Una manifattura che ha il sapore di un teatro, con i movimenti dinamici degli artigiani che creano impulsi quasi musicali, la gentilezza di una coreografia che genera armonia senza lasciar trapelare alcuno sforzo. Non so se è possibile descrivere a parole tutta la mia emozione e eterna gratitudine. Il mio amore viscerale per tutto ciò che porta alla nascita di una nuova storia, l’eccitazione che mi tormenta nel toccare con mano dedizione, sacrificio e meraviglia, la seduzione e la commozione svelate dai miei occhi quando in silenzio contemplo dinamiche inconsce e segrete. Penso a Louis-François Cartier, quando osservava l’aristocrazia francese nei saloni dei palazzi di Parigi danzare tra crinoline scricchiolanti e il mormorio degli abiti in seta, forse divertito da tanto snobismo, forse desideroso di vestire di gioielli la pelle nuda delle dame francesi. Sorrido, e penso che adesso quella storia è anche un po’ mia.
Post Scriptum, ho deciso di raccontare questa storia solo oggi, dopo aver ricevuto in dono da Cartier la borsa che ho visto realizzare a mano dalle maestranze fiorentine. Un pezzo unico, una borsa tutta per me. Grazie Cartier.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta