Gli abiti devono stare per strada
Nella mia disordinata e più che disorientata idea di realtà un abito può essere assolutamente tutto o universalmente niente. L’unica e incondizionata verità che conosco è che il rapporto tra il personaggio che ho scelto di interpretare e un banale pezzo di stoffa è determinato dalla funesta relazione che ho con me stessa. In qualche modo gli abiti mi aiutano a interagire con lo spazio che circonda la mia complessa interiorità, ed è proprio lì che devono stare, nel limbo tra il reale e l’assurdo, in bilico tra vagheggiamento e disincanto, un po’ per sognare, un po’ per non volare via.
Quando ho comprato il mio primo Valentino (un cappotto della FW17) avevo 24 anni. Vivevo la moda in completa assuefazione, con la smaniosa aspirazione di vestire fantasie inaccessibili. Eppure non ho mai, nemmeno per un secondo, pensato di esiliare quell’abito nel guardaroba come un dipinto da museo, anche se probabilmente lo è. L’ho trascinato nell’accadere giornaliero della mia normalità, come a voler concretizzare parte del mio mondo immaginario. L’ho indossato, e lo indosso tuttora, nelle mie abitudini, per andare a un pranzo di lavoro, per il mercato del contadino del sabato mattina o per quello dell’antiquariato ogni terza domenica del mese. L’ho decontestualizzato con ogni probabilità strappandolo dal suo allure originario. Agli occhi esterni può dar forse l’impressione di un privilegio, forse lo è, forse no, non sta a me l’analisi di un così complesso fenomeno, io posso solo dire che i sogni di un designer - e anche i miei - devono vivere tra la gente. E Ieri Pierpaolo me lo ha ricordato.
Ho guardato la sfilata seduta a tavola con Francesca mentre sorseggiavamo brodo di verdure davanti a un mazzolino di fiori freschi. Nell’epilogo, vedere gli abiti uscire tra la folla su un marciapiede bagnato ci ha fatte piangere. “Gli abiti devono stare per strada”, ha detto Francesca, e anche se a volte può irragionevolmente sembrare un controsenso, è così. Imprigionare l’incanto ormai estenuato e stanco di tanta meraviglia e trascinarlo nel mondo reale è la finalità ultima, nonché il potere più grande, di un designer. Dopotutto, nella sconsiderata volontà di scommettere sul gioco della moda, vince sempre chi arriva al pubblico.
La vera rivoluzione non è allora la spettacolarizzazione seduttiva di un sogno, ma la riconnessione di un individuo con la propria dimensione intima e quanto mai reale. Ecco perché gli abiti sono per me il punto di incontro tra ogni mio delirio onirico e il tedioso pragmatismo della quotidianità. Nella loro apparente superficialità tengono la mia fantasia salda e fedele a una socialità esistente. E così come la mia interiorità influisce sulla scelta di ciò che indosso, allo stesso tempo un vestito dovrebbe lasciarmi la possibilità di interagire con tutto ciò che di materico esiste al di fuori della mia testa. È un infinito atto di contaminazione di cui mi nutro, un’eterna lotta tra il mio corpo nudo e il mondo esterno, tra quello che provo e ciò che manifesto.
Post Scriptum, indossate i vostri vestiti tra la gente, non abbandonate deliri e miraggi nel guardaroba.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta