Il progresso dell’immaginazione
La principale ragione per cui cerco distacco dal mio alter ego è l’irrefrenabile e incessante esigenza di sconvolgere ogni sconsiderata débâcle creativa, anche se l’unico risultato che ottengo è il totale adeguamento alla mia indole polimorfa.
La notte che tutto scombina e tutto fa rifiorire. Scarsa è la fede odierna riposta in sogni e fantasie. Malgrado ciò, esiste sempre un po’ di progresso nell’immaginazione - o almeno nella mia. Quindi eccomi qui, appollaiata sul divano come la regina del boudoir a nutrirmi di visioni stanche e del famoso Pudding di cioccolato dello chef Guibert. In silenzio, verso il completo oblio di ciò che reale e ciò che è ricordo.
È la mia tradizione, che grande aspirazione. Scrivere di ciò che accade una volta chiuse le porte di questo palazzo topaia, mentre mi annoio dal troppo essere noiosa. Io e la mia tigre da compagnia - attualmente in ceramica e tediata, un giorno viva e spietata.
Estro, desiderio e un fioco vagheggiamento. La mia mente è più affollata del bazaar che svendeva la collezione di rubini del povero signor Andersen. Di certo ne avrei meritato uno, possibilmente rinvenuto in un giacimento in Birmania, grande come un uovo di quaglia. Perché non utilizzarlo per una prosaicamente rivoluzionaria acconciatura della forma di un capriccio?
Ho un certo pregiudizio nei confronti della semplicità. Posso indossare una vestaglia del color dell’aria per conversare con la prozia dipinta alle mie spalle, ma non mi svestirei mai di orecchini e manchette per sedurre il ritratto di un uomo. È così che voglio conquistare tutti i miei amanti, mentre lascio scivolare una mano sul collo nudo per chiudere un collier intarsiato di coralli, per poi specchiarmi nel vetro di una finestra socchiusa o nei loro occhi ingenui e sopraffatti. Pura vanità.
Se non conosci il protagonista di un’opera, puoi solamente immaginarlo. E io li sogno tutti così, interessanti come le cronache di un retropalco. Scandolosi a volte, ma totalmente inebrianti. Ecco perché la mia nuova aspirazione è andare a caccia di ritratti. Con in testa una piuma di struzzo immobilizzata da un turbante di seta serpeggiante e lo strascico del mantello ricamato che si impiglia nella troppa modernità - o mondanità - del mondo esterno. È cosa nota, dopotutto, che l’abilità venga misurata soprattutto con il vestito.
Impresaria di me stessa, farò dell’identità il mio tormento più assoluto e innalzerò un muro dello stesso colore dell’abito di un cardinale, saturandolo di dipinti assortiti e ingannevoli ritratti di imprevedibili donne, uomini inoffensivi e fatali barboncini.
Poi me ne starò un po’ lì, come le cortigiane a Venezia, sdraiata su una chaise longue dissestata, narrando le scomode storie di chi mi circonda, appagata dal divertimento di uno sguardo disarmato e ambendo in modo plateale al tracollo di troppa temperanza e moderazione.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta