La donna chic va a teatro
Mesdames et Messieurs, pardonnez le cliché.
A molti di voi verrà il sospetto di averla già incontrata, magari in disparte, a un cocktail affollato, con in mano tre quarti di gin e un quarto di Martini, o forse a un tè, nel salotto romano di un rinomato rampollo belga, intenta a giocare a bridge, con gli orecchini accecanti, una risata di troppo, una sigaretta tra le labbra e un bicchiere di succo di rabarbaro al suo fianco.
Una donna chic non è una creatura mitologica, anche se il suo allure e la sua imperturbabilità potrebbero destare un certo dubbio. L’unico evento mondano in cui è ancora possibile avvistarla è una prima all’Opera, per cui riserva una devozione pari a quella che l’imperatore Shāh Jahān aveva nei confronti del Taj Mahal. Rigorosamente su invito, la sua serata di gala preferita è quella che a dicembre inaugura la stagione.
Una donna chic arriva a teatro fluttuando in un mantello, l’autorevole cappotto di chi ha fatto della sobrietà non proprio una necessità. Così magnifico da far perdere il senno della ragione a chiunque la incontri, il suo mantello è di una seta sfavillante, corto sul davanti e più lungo sul dietro, con una coda che avrebbe fatto invidia al Delfino di Francia. Proprio per questo motivo, se mai qualcuno dovesse prontamente farle cenno per aiutarla con il suo imponente soprabito, indispettita racconterebbe di quella leggenda sul re a Versailles, che sentendo tirare il mantello, si accorse di una discussione in corso tra il gran maestro del guardaroba e il maggiore delle guardie del corpo. Spiegherebbe di come i due polemizzassero su chi effettivamente avesse l’onore di tenere il mantello del re, e di come il re, mantenendo un certo aplomb pur sentendo tirare, affermò con fermezza che quella funzione non spettasse di fatto a nessuno.
Lasciando poi il poveretto alquanto disorientato e sbigottito, si dirigerebbe imperterrita verso il solito palco, il n°12, II ordine, settore destro, appartenuto originariamente a Francesco d’Adda e alla marchesa Teresa Litta Visconti Arese. Lasciando poi scivolare il mantello sulla poltrona centrale, prenderebbe posto in quella che guarda il palcoscenico, approfittando del notevole anticipo per osservare - con tanto di binocolo da teatro - chi, dal settore opposto, discute animatamente sui capolavori della stagione passata agitando un innocuo e fin troppo pudico ventaglio.
Una donna chic è perfettamente consapevole della gran differenza tra una tenuta da tennis - preferibilmente bianca - e un abito da teatro, essenzialmente scuro e dai tessuti nobili. Sa che i gioielli sono, sin dalla notte dei tempi, la più grande farsa della storia dell’umanità, capaci di rendere solenne il più umile dei vestiti. Prediligerebbe anelli e orecchini se la sua mise dovesse risultare troppo accollata o un maestoso collier appartenuto alla collezione di una prozia nel caso di uno scollo considerevole. In ognuna delle due circostanze, la sua lucentezza sfolgorerebbe fino in piccionaia.
Una donna chic sa anche che togliere il cappello a teatro è come togliere il guanto per salutare un caro amico che si incontra per strada, indispensabile!
Ai piedi indossa un paio di Pilgrim Pump, le scarpe che, nel 1965, Roger Vivier disegnò per quella che Diana Vreeland definì la miglior collezione di Yves Saint Laurent. Comode come un paio di pianelle e modeste solo all’apparenza, sgambetta con l’irriverenza tipica di una dama d’alto bordo.
Una donna chic alla fine del primo atto non passeggia nel Foyer cercando di attirare disperatamente l’attenzione degli altri spettatori, preferisce che le sia servito un Whisky all’interno del proprio palco per godere del fervido brusio di sottofondo di chi in due parole, con sfacciataggine da bazaar, stronca la carriera di un giovane soprano. Poi, prima che il sipario cali definitivamente e le luci si accendano di nuovo, troppo coinvolta e sconvolta dal dramma teatrale, si dissolve nel nulla e torna a casa, dove - come al solito - la attendono un bicchiere di sidro e una sarcastica riflessione sulla volgare iridescenza di una duchesse viola che all’Opera non dovrebbe mai essere indossata. Che chic!
Illustrazione a cura di Francesca Caserta