Storia di una borsa
C’era una volta - nel XIV secolo - la cintura.
Accessorio imprescindibile del guardaroba medievale, era indossata appena sotto l’ombelico e - nei casi di nobili e cavalieri - era spesso ornata con opulenza e ampollosità. Cento anni più tardi, le donne iniziarono a sostituire la corda con la seta, a stringerla in vita e ad agganciare a quel lembo di tessuto sacchetti, perline e pugnali. Un’abitudine già consolidata per gli uomini, se non fosse che nel XVI secolo decisero di cominciare a tenere i loro averi in grandi tasche in pelle poste sul lato dei pantaloni e infilate all’interno di questi (si, proprio le tasche che intendiamo noi oggi). Le donne continuarono invece imperterrite a custodire segreti e necessità effimere in piccoli sacchetti di velluto e seta.
Nel 1804 The Imperial Weekly Gazzette - che dovrebbe essere il nome del mio flusso di coscienza - pubblicò una considerazione piuttosto divertente: mentre gli uomini portano le mani in tasca, le signore hanno tasche da portare in mano. E fu così che si consolidò l’idea di un accessorio indispensabile, capace di donare identità, di simboleggiare uno status e di rappresentare i cambiamenti del proprio tempo e della propria storia: la borsa.
Iniziò quindi una spietata contesa e un certo rivaleggiare tra donne tipico di chi vuole esibire attraverso un oggetto forza e libertà di espressione. Satin, ricami saturi di colori, catene, forme esagonali o semplicemente rotonde, già nell’Ottocento - in guerra, in amore e sotto al braccio - tutto era concesso.
E se l’esterno di una borsa si annuncia in pubblico in tutta la sua essenza, l’interno ne rivela con estrema intimità tutto il suo fascino, svelando imprudentemente i segreti inconfessati di chi la indossa. C’era chi - agli inizi del Novecento - la utilizzava per contenere specchi e cosmetici, altri invece ne usufruivano per le sigarette, come probabilmente la Baronessa Elsa von Freytag-Loringhoven, che per nascondere i soldi si serviva ancora dell’orlo della gonna. Una donna piena di risorse!
Quanto a me, credo che la borsa sia l’unica vera avanguardia che conosca. La preferisco piccola e da indossare sulla spalla, mi piace l’idea di modernità di un oggetto portato con fluidità. Proprio un paio di settimane fa entravo nello studio di un noto Direttore creativo - di cui non posso rivelare il nome - per discutere di moda, storia e identità. Mi ha detto una frase su cui rifletto da giorni, e cioè: ci si sente a proprio agio solo quando si esce di casa e non si pensa costantemente a ciò che si indossa. Ho pensato che è esatto, che quando gli abiti non sono più il punto fisso e la nostra personalità inizia a dialogare con loro attraverso uno scambio continuo, solo allora identità e energia possono effettivamente prevalere.
La mia borsa è minima, non minimal, forse anticonformista, non troppo vistosa, sicuramente affascinante. Nera, in pelle di lucertola (è vintage), non è firmata - nel senso che non saprò mai chi l’ha creata, il che la rende ancora più seducente perché non c’è un nome a prevalere sulla forma. L’interno è discreto, il contenuto esiguo. Solo un portasigarette spesso vuoto, un Dupont preso in prestito, un volgarissimo porta carte rosso, una dose giornaliera di liquirizia e un ventaglio tailandese per i mesi estivi. Sostanziale quanto basta, essenziale più di me.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta