Quello che non ho mai detto

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Non indosso profumi, non mi piace l’idea di avere sulla pelle qualcosa che sia più invadente della mia personalità.

Sono nata lontana da tutto, in uno di quei posti da dove - prima o poi - chi ha un po’ di senno scappa. 

Da bambina sognavo emancipazione e libertà, ma nella stravaganza della mia fantasia, ero sicuramente più indipendente di molti adulti.

Il mio privilegio, allora percepito più come un’anomalia, consisteva nell’avere una visione del mondo piuttosto soggettiva e il mio silenzioso spirito d’osservazione, che ancora oggi viene scambiato per introversione, rendeva oggettivo il rigore alla base del mio equilibrio. 

Credo che lo stile abbia a che fare con l’indole e che prima dell’estetica, della seduzione e del piacere ci siano carattere e determinazione. Per questo delle persone guardo tutto, eccetto il viso. 

Tutto quello che so sullo stile però l’ho imparato il 23 dicembre di sei anni fa a Parigi.

Era un Natale diverso da tutti gli altri. La città era drammaticamente fredda e silenziosa, i boulevard deserti, le gallerie chiuse e i bistrot invasi da una calma nuova. Alloggiavo con la mia famiglia in un hotel sulla rive Gauche e quella mattina, con il pigiama ancora addosso, mi posai la cloche di feltro sulla testa e la pelliccia di mia nonna sulle spalle mentre sgattaiolavo furtiva in strada. Mi piaceva passeggiare al mattino presto e andare in boulangerie a prendere “un pain au chocolat s'il vous plaît” - dopotutto il vapore del pane caldo, quello che brucia agli occhi e inumidisce le vetrine, è più interessante di qualsiasi colazione internazionale.

La cloche mi copriva completamente la visuale e con il naso all’insù me ne stetti per un po’ ad osservare i passanti. La strada è il mio teatro preferito, quindi quando va in scena la moda solitamente sto zitta e guardo. Non conosco nessuna delle persone che mi ispira, non ci sono dive fra le mie icone, ma donne appariscenti sedute accanto a me in treno, eppure quel giorno, in Rue des Gobelins, avrei voluto saperne di più di un uomo. Avanzava con fare dignitoso, gli abiti logori, le scarpe malconce, la giacca a brandelli e fin troppo grande. L’incedere elegante apparentemente incompatibile con il suo apparire. Al collo un foulard. La seta brillante di un rosso cupo ondeggiava nel vento per poi ricadergli sul petto, la postura meravigliosamente raffinata, la camminata lenta e distaccata, la barba incolta e l’aria di chi ha dormito all’aria aperta.

Mi sono sempre chiesta chi fosse e, anche se indovinare il vissuto dei passanti è dal mio personalissimo punto di vista un gioco piuttosto divertente, per la prima volta ho sentito la necessità di scrivere, non di piume di struzzo e marabù - come mio solito - ma di un uomo il cui spirito distraeva l’osservazione del vestito. Ecco cos’è lo stile secondo me, anche se poi ne ho mai scritto.


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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