Non è solo un cappotto
Ho pensato a chi prova a rendere la moda intellettuale e gli intellettuali alla moda, alla finta chic bourgeoisie, allo straordinario tour-de-force of bad taste (Guardian, 1971) di canoni estetici concatenati l’uno all’altro, alla percezione di decadenza rarefatta e glamour anestetizzato, ma la curiosa circostanza su cui rifletto più spesso è l’eterno paradosso che vivo nei confronti di me stessa e che giunge puntuale nelle ore antimeridiane di ogni mio nuovo giorno. Essere se stessi e essere a proprio agio nei confronti di se stessi è la stessa cosa?
Instabilità, incertezza, indecisione, esitazione, introversione. Non immaginazione e miraggi, ma pura realtà e concretezza. Accettarsi e imparare a dialogare con la propria identità è a tratti scomodo e sfibrante, ma non ribellarsi a individualità e personalità è il più grande atto d’amore che potrei compiere nei confronti di me stessa. Ogni persona si protegge a proprio modo, io lo faccio avvalendomi di mente, cappotti e fantasia.
Ad un primo sguardo potrebbe risultare strano - ne sono perfettamente consapevole - ma ho sempre pensato al cappotto come al più nobile degli oggetti da indossare, e non perché elitario. Di fatto, la storia che vi sto per raccontare parla di un capo in particolare, pensato piuttosto democraticamente, ma le cui linee incondizionate e spirito sublime risultano essere la causa determinante di una reputazione nota e universalmente riconosciuta.
Mi sono chiesta come si possa essere al tempo stesso purezza e fastosità, sobrietà e esagerazione, essenzialità e sfarzo, senza mai gridare, mantenendo un certo riserbo, a tratti destabilizzante. È forse la singolarità dell’iconicità quella di far convivere entità distinte, discordanti e eterogenee?
Il suo nome è un numero, le sue proporzioni quasi matematiche, il rever è profondo, le maniche a Kimono e l’aura che emana, infine, è quella di chi - nell’impeto creativo di un momento - riesce a far prevalere identità e personalità senza cadere nella tentazione dell’esagerazione, come in un gioco di labili confini che generano equilibri.
La prima volta che ne vidi uno ero una ragazzina, non sapevo ancora quanto ad alcune donne piacesse avvolgersi nella magnificenza di una silhouette così risonante. Se ne stava lì da sola, a Roma, tra via di Monte Giordano e via degli Orsini, mentre inseguiva l’unico raggio di sole che filtrava tra i palazzi bassi e un po’ malconci. Una donna che si crogiolava nel beaver di un cappotto dal colore purissimo, il cammello. Sembrava sicura, determinata, consapevole di se stessa e della sua proiezione, e ovviamente, incredibilmente chic. Ho immaginato tutto ciò che la potesse riguardare, la sua vita, il suo profumo, persino il suo dolce preferito, dicendomi semplicemente che un giorno sarei stata come lei.
Diversi anni più tardi mi ritrovai a vivere a Parma, città che amo e che - casualmente - si trova a soli 37 km di distanza dal luogo in cui quel cappotto è stato portato alla luce per la prima volta, quarant'anni fa.
Era settembre e vagavo annoiata tra negozi di abiti usati e librerie. Entrai in un vintage e iniziai con l’indice destro a spostare leggermente le grucce l’una dall’altra, quando d’improvviso, voltandomi, lo vidi. Un capo di un tessuto brillante che scivolava sul pavimento e il cui colore, in mezzo a una moltitudine di giacche spente e logore, risultava luminoso e abbagliante. Affondai il braccio verso il cappotto dall’aria familiare e lo liberai da un cumulo di cianfrusaglie inutili, poi, piuttosto incredula, guardai la ragazza accanto a me, che con l’aria di chi non sa cosa ha davanti agli occhi mi disse: «eh sì, è piuttosto rovinato», lasciando così che io mi aggiudicassi per una cifra ridicola il cappotto che ho sempre sognato di avere nel guardaroba. Passai i tre mesi successivi a battibeccare con la magliaia a cui lo affidai per un restauro completo e finalmente, nel Natale del 2019, lo indossai per la prima volta con un'espressione compiaciuta e soddisfatta.
Il mio cappotto non è solo un cappotto. Lo considero la rappresentazione dei contrasti della mia individualità e la sua duplice anima è la personificazione dei paradossi della mia mente. In altre parole, mi rappresenta. Potrei indossarlo con un abito vecchio in piume di struzzo e marabù, con una cloche di perline sulla testa o con breeches e stivali tubolari, non sarebbe mai fuori luogo. Non è invadente nei confronti del mio carattere, ma lascia che sia la mia personalità a prevalere. Appare sicuro, ma non pretenzioso, determinato, ma non sfrontato, elegante, ma con discrezione. Ogni gesto si riempie di allure e il movimento sinuoso del tessuto si plasma perfettamente alle vicissitudini della mia quotidianità. È perfetto. È stato pensato per essere così.
Post Scriptum
Il 101801 di Max Mara è probabilmente il cappotto più conosciuto al mondo. Disegnato da Anne Marie Beretta nel 1981 è l’evoluzione di un processo che ha rivoluzionato il modo di vestire delle donne. Da quarant’anni rimane immutato.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta