La mia Roma
Ieri ho passato la serata in casa da sola, mi sono stesa sul solito divano di velluto bordeaux, indecisa se interpretare La Grande Odalisque, ammaliante e pretenziosa, o l’Olympia, totalmente senza compromessi e senza morale. Per l’occasione ho indossato un abito lungo nero piuttosto aderente e un po’ di rossetto rosso, poi mi sono versata del Gin e ho pensato che sarebbe stato meglio indossare qualcosa che lasciasse intravedere la schiena. Sembrava quasi che fossi in attesa di qualcuno, ma in realtà l’unica cosa che ho aspettato tutta la notte è stato un po’ di genio e impulso creativo.
Al contrario di ciò che si possa pensare, quando sono da sola non civetto ad alta voce con i personaggi che creo nella mia mente, ma danzo nella stanza e visualizzo qualcosa di inaspettato. È così che va, poi mi limito solo a scrivere ciò che ho visto.
Ieri ad esempio mi sono guardata da vicino mentre osservavo estasiata la Fontana dei Quattro Fiumi e ballavo lentamente con un uomo che non saprei identificare. Avevo freddo ed era buio, ma il suo volto era illuminato dalla luce in movimento riflessa sull’acqua. Credo fosse dicembre, uno dei pochi mesi in cui di notte quella piazza si svuota. Intorno a noi il silenzio, dentro di me invece solo confusione.
Vorrei portarvi a Roma, ma non in quella imperiale o in quella barocca, non nella Roma di Lucrezia Borgia e Giulia Farnese, non nella città dei Barberini e nemmeno in quella di Palma Bucarelli o di Irene Brin, io sarei in grado di portarvi soltanto nella mia Roma.
Diana Vreeland ha detto che se nasci a Parigi non ti dimentichi della moda nemmeno per un minuto, io dico che se nasci a Roma non puoi fare a meno della bellezza nemmeno per un giorno. Non parlo di bellezza intesa come armonia e grazia, ma di fascino e decadenza, con la sua aria di signorilità sofisticata e adultera. È un luogo inaccessibile a chi pensa di poterne far parte per via di chissà quale potere, purtroppo non se ne percepisce l’incanto se non si è destinati a viverci.
La vita a Roma si svolge nei vicoli nascosti, nella chiese e negli hotel, come il Locarno e il De Russie. È una città che esiste la domenica mattina presto in via di Ripetta, quando si può camminare in solitudine e si possono ascoltare una quantità infinita di campane, per me meravigliosa sinfonia.
Roma prende vita in piazza della Rotonda, con gli abiti perfetti e neri dei preti che toccano a terra e si confondono fra la folla, ma è anche la città degli Orti Farnesiani, di Galleria Borghese, del Caffè Greco e delle cene in estate sui terrazzi di Quartiere Trieste.
Roma è suggestione, ispirazione, seduzione, fervore e nostalgia. Rivela il suo sfarzo fra i tesori dei palazzi dell’antica nobiltà e i banchi di Porta Portese. È la città delle aste e dei gioiellieri con gli anelli antichi e gli orecchini secenteschi.
Roma ha il sapore di libertà e di gelato alla liquirizia, si anima nei caffè letterari degli anni Sessanta, nelle collezioni d’arte private, nei teatri e nella noia delle giornate estive passate a prendere il sole nella piscina del Parco dei Principi.
Roma è il palcoscenico del mio immaginario onirico che prende vita allo scoccare della mezzanotte, e allora me ne torno davanti la fontana dei Quattro Fiumi, con la sua mano sulla mia schiena nuda e uno sguardo che non riesco a ricordare, per questo mi chiedo che ne resta di un sogno se quando mi sveglio non lo traduco in illusione.
Per scrutarsi occorre essere in due e io ballo da sola con i fantasmi della mia mente.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta