La prozia

Giulia_Prozia.jpg

Della prozia mi hanno sempre raccontato che ovunque si trovasse fosse sempre fuori contesto. Incredibilmente chic e con una reputazione da seduttrice impenitente, nacque a Roma negli anni in cui in estate nelle feste notturne era ancora concesso avvolgersi in una pelliccia di ermellino, cosa che probabilmente avrebbe dovuto presagire una vita vissuta all’insegna delle cronache mondane e modaiole.

Sempre pronta a fare di necessità virtù e moda, era solita farsi precedere dalla sua straordinaria vitalità, ma soprattutto amava assicurarsi che il suo mito persistesse sfacciatamente dopo il suo passaggio, tanto da poter poi diventare il sogno di ogni comune mortale.

Nella mia famiglia si è sempre parlato molto della prozia. Mi hanno raccontato della sua inclinazione per il kitsch e per il lusso, di come si circondasse di persone con uno spirito geniale e quattro quarti di nobiltà, di quanto si divertisse ad andare a Parigi per rinnovare il suo guardaroba e del suo amore sconfinato per la sontuosità russa e per il nipote dello Zar.

Visse con malizia, femminilità e furbizia – d’altra parte, solo un’abile calcolatrice incline alla bellezza potrebbe farsi beffe dei suoi eredi lasciando in suo onore solo un ritratto incompleto e un mucchio di storie assurde sui conciatori francesi e i sarti italiani.

Pare inoltre che la prozia fosse estremamente testarda e ostinata. Entrava in una stanza debuttando con un Salut Ça va? per poi ritrovarsi protagonista delle cronache salottiere di un élite di cui avrebbe voluto far parte per diritto più che per chiassose avventure romantiche. 

Inutile dire che fosse follemente chic, il suo unico scopo fu la ricerca costante dell’eleganza, per questo trattava la sua evidente bellezza come qualcosa di effimero e insignificante. Non si costrinse mai in matrimonio, diceva che sposarsi non sarebbe stato più in voga e probabilmente aveva ragione, ma in famiglia sappiamo tutti che il suo unico amore fu inglese e terribilmente fugace. 

Dall’amore si fece spogliare dei gioielli e di tutte le sue insicurezze, per poi lasciarsi ritrarre in una semplicità disarmante, con i capelli corvini e un incarnato perfetto e rarefatto. Quando l’amore scomparve si dissolsero anche l’estro e l’aura di splendore che la distinguevano. Lei affermava che fosse perché il mondo aveva perso il fascino tipico degli anni in cui Emilio Schuberth vestiva dive e sovrane, ma io so che fu perché soffriva costantemente il mal d’amore.

Continuo comunque ad immaginarla così, con il suo fare di mondo e il suo abito tubolare a cui nessuno poteva resistere. Aveva la fama di essere una donna libera e a volte spregiudicata, ma fu anche eccessivamente tormentata da tutte le sue ossessioni e inquietudini.

La prozia è una mia grande musa, di lei mi è rimasto solamente un dipinto con l’incisione di un indirizzo di Londra in cui probabilmente un giorno andrò. Per ora, mi limito a farla vivere nella mia mente e a parlarle del mio debole per lo chiffon nero e di quanto mi sarebbe piaciuto accompagnarla nelle folli notti francesi alle Folies Bergère.


Illustrazione a cura di Francesca Caserta



 

Indietro
Indietro

LaVanità

Avanti
Avanti

La mia Roma