LaVanità
Di notte la mia mente è più affollata di quanto lo sia mai stato il Casino de Paris nei primi anni del Novecento.
Ho letto da qualche parte che il salone del Casino comunicava con un teatro interno e che nell’intervallo fra i vari atti era buona abitudine passare da un divertimento all’altro - mon dieu, con tutti quegli specchi e le poltrone di velluto bordeaux deve essere stato chicchissimo, il luogo ideale dove veder civettare donne kitsch e signore del demi-monde. Ovviamente gli artisti più attesi si esibivano allo scoccare della mezzanotte, proprio come accade nel teatro della mia mente, ma oggi - al calar del sole - non ci saranno piume o pellicce di leopardo ad accendere la mia immaginazione, stanotte è di scena la Vanità.
La sua fama la precede, è visione e incanto, realtà e demonio. Si veste di avidità e d’argento e gira nella notte avvolta in un mantello. Avanza spregiudicata brillando al candore della luna, poi fluttua indiscreta alla ricerca di un’anima sventurata che le consacrerà la propria vita.
La Vanità è tentatrice, inebriante, infernale e pittoresca. Predilige feste e soirée, a patto che ci siano lustrini e paillettes. Si compiace guardandosi specchiata in tutti gli invitati e prende vita fra miliardi di piccoli riflessi. Il movimento incalzante e fluido del tessuto di cui si copre sfiora il pavimento, poi si dissolve nel mormorio dei presenti. Vaga nell’attesa di incontrare uno sguardo frivolo e sfrontato mentre se ne sta malinconica nel suo tempo indefinito e incredibilmente sconosciuto. Non c’è poesia nella contemporaneità e non esiste Vanità senza poesia.
Si intrufola disinibita fra argenterie e marmi bianchi, passando un dito sulle superfici levigate per lucidarle ancora un po’ e venerare la sua immagine proiettata nel riverbero di tutta quella lucentezza. Ma poi eccoli lì, mentre osserva la sua ombra farsi grande e impadronirsi della sala, finalmente gli occhi di chi è pronto a tutto pur di abbandonarsi a lei.
È una messa in scena che si ripete, un gioco di seduzione che non ha mai fine, implacabile neppure quando soddisfatto. La Vanità stordisce e si concede per una notte - una e che sia una soltanto, quanto basta per avere in cambio una smodata devozione. Lui già trema al suo silenzio ma lei non lo abbandona. Lo protegge e lo condanna, poi lo bacia sulle labbra, lui la bacia, poi la bacia, poi si bacia. È pervaso da un frivolo compiacimento di sé, mentre lei se ne sta immobile come Venere.
Ecco come si cade fra le braccia della Vanità, lei ci brama ardentemente e ci rende vittime di tutti i suoi giochi. È maligna e superba, ci svuota la testa e ci seduce, diventando per noi ossigeno e linfa essenziale.
Quindi Vanità, questo è tutto quello che mi aspetto. Non desidero riflettermi nelle fibbie gioiello delle mie scarpe da festa, vorrei soltanto camminare a piedi nudi come Isadora Duncan, ma la potenza di uno sguardo che vibra così, quella si, vorrei sentirla.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta