Manifesto Couturista 

C’erano una volta tre donne a teatro. Con un gioco di parrucche che ricordava la Fontana del Bacino del Carro di Apollo a Versailles, se ne stavano a far pettegolezzo nel loro palchetto avvolte da ampollosi manicotti di pelliccia. Innocue quanto poco appariscenti, furono soprannominate Mrs Bruin (che sta per Orsa), Miss Chienne (che sta per Cagna) e Miss Renard (che sta per Volpe). Che gli appellativi fossero un avvertimento all’indole delle tre donne non è cosa certa, è tuttavia un fatto lampante e manifesto che gli pseudonimi fossero un riferimento al temperamento della natura e all’origine dei loro ingombranti e imponenti accessori. 

Anche se vorrei essere l’autrice maligna e maliziosa di una fantasia così tagliente che fa eco a Schiaparelli, devo ammettere che per stavolta mi sono limitata a parafrasare una magistrale illustrazione del XVIII secolo. Correva l’anno 1787 e - a Londra - le riviste di moda sbeffeggiavano usi e costumi moderni parigini e non. Teatrali, insolenti e salottiere, anche le penne d’oca del tempo avevano la fastidiosa abitudine di raccontare con occhi esterni un mondo di cui non avrebbero mai potuto far parte, trasferendo così un punto di vista satirico e imperioso a chi, lontano dalla città - e quindi dal centro nevralgico delle cosiddette mode - attendeva una copia di The Gentleman’s Magazine and Historical Chronicle o di Englishwoman’s Domestic Magazine per correre dalla modista e istruirla sui requisiti dell’abbigliamento socialmente accettato e - di conseguenza - definito alla moda.

L’arte del ben vestire, la retorica del pavoneggiamento, la dialettica del libero sfoggio più che del libero arbitrio, così primitive rimanendo tuttavia estremamente contemporanee, per questo meravigliose. Eppure, per quanto apparentemente lontane, le mode arrivano ovunque, permeando ogni aspetto collettivo, subordinando in modo universale il patrimonio culturale che siamo destinati a tramandare, anche inconsapevolmente. E mentre tutte le mode corrono, ce n’è una che - se pur assume lo stesso nome a causa di analogie semantiche - si eleva a forma d’arte, rifiutando ogni principio, sia esso estetico o morale: la Couture. 

La Couture è una surrealtà anacronistica. Magistrale, illusoria, libera, celebrativa e dissacratoria, assoluta anche se immateriale, sfacciata eppure totalmente vana, non ordinaria, rivoluzionaria e dannatamente arcaica, non accessibile, per questo eterna e irraggiungibile. È come una vecchia signora raggrinzita e caduta in rovina che se ne sta seduta al ristorante del Ritz il mercoledì mattina, severamente in disaccordo sul fluire del tempo e perpetuamente alla ricerca di un passato nostalgico, austero e irriverente.

Imparai le regole del gioco da Chanel, quando ero ancora una stagista. Si dice che l’Haute Couture nacque nel 1858 a Parigi, al numero 7 di rue de la Paix, nell’atelier di Charles Frederick Worth. Nel 1868 poi, fece la sua comparsa la Chambre Syndicale de la Couture, des Confectionneurs et des Tailleurs pour Dame. Eppure, fu solo il 23 gennaio del 1945 che l’Haute Couture divenne universalmente riconosciuta e legalmente registrata. 

Nonostante la sua popolare risonanza, la Couture è un privilegio esclusivo riservato a pochissimi eletti. Un abito di Haute Couture si acquista a Parigi, spesso previa colloquio. Si tratta di una creazione unica, o almeno dovrebbe esserlo, nel senso che la regola stabilisce che un abito di alta sartoria non può essere venduto a due persone della stessa cerchia. Una visione onirica del tutto impalpabile, brandelli di dogmi arcaici e démodé in naturale contrasto con un presente che vaneggia affannato alla ricerca di una democratica parità. 

La Couture è quindi una surrealtà. E per me, la surrealtà è un vizio ipnotico, un passatempo mentecatto e un punto di vista davvero straordinario. La Couture è una forma non accidentale di fantastico godimento, un divertissement delle maestranze che non crea profitto, ma, al di fuori di ogni logico avvertimento, tutela quella parvenza offuscata di allure in cui tutti - anche se in privato - riponiamo il più segreto riserbo.

La Couture è infine come l’immaginazione, un potente veleno che determina assuefazione esigendo il completo abbandono dei sensi, un eterno duello tra un’intrinseca libertà di spirito e una disincantata educazione moralista, in grado di trasportare chi la osserva in un universo indefinito soggiogato dall’onnipotenza di un singolo sogno, dove la razionalità crea scompiglio e il pragmatismo genera debolezze. 


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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