Vestirsi di personalità

È davvero poco intelligente riporre la propria fiducia nella convinzione - antiquata quasi quanto quella particella infinitamente densa che ha dato origine all’universo - che un abito debba adattarsi a un corpo, o peggio, che un composto di carne e ossa dotato di respiro debba adattarsi a un pezzo di stoffa preconfezionata. L’unica cosa a cui una mise dovrebbe seriamente adattarsi è a quel briciolo di personalità che - anche il più anonimo degli individui - detiene. 

Vorrei porre l’attenzione di tutti voi sulla domanda che dilania i miei pensieri da 29 anni e poco più: quanto la fenomenologia della moda induce la nostra personalità al cambiamento e quanto è invece la nostra identità a prevalere sugli usi e costumi contemporanei? 

Ho sempre subito il fascino e la seduzione autentica dell’irrazionalità, del lusso, della ridondanza, degli eccessi e della labile consistenza della bellezza. Sono cresciuta educando e sviscerando con violenza la mia brutale - seppur grande - memoria visiva, trasformando ogni pensiero, considerazione o ricordo in un archivio di visioni e immagini. Spesso alterandole con spietato rigore, ma tutelando sempre un’incondizionata libertà d’espressione. 

Costruire una certa immagine di sé significa dipingere un quadro. Mettersi a nudo e trasferire allo spettatore una visione a libera interpretazione. Questo l’ho imparato recitando.

A 19 anni me ne andai di nascosto a fare un’audizione per una nota accademia di recitazione. Non volevo diventare un’attrice, fremevo piuttosto dalla voglia di imparare a ispirare consapevolmente dissimulando un inconscio e involontario charme di drammatica mondanità. Fatalità fu che fui selezionata, ma la trama di questa storia non è al momento oggetto della mia insensata narrazione. 

Una delle più importanti virtù che apprende un attore è il controllo tormentoso e adrenalinico di una stratificazione di linguaggi, tra cui quello visivo. La scarpa di un personaggio rivela più della sua andatura. Ho imparato di conseguenza a non combattere l’eterno conflitto con la mia personalità sempre e del tutto fuori da ogni contesto, ma ad assecondare un’identità dispotica e veritiera instaurando un rapporto convulso e morboso con il mio guardaroba. La maggior parte dei miei abiti sono ritoccati in base al mio carattere, con modifiche severe tanto quanto impercettibili. Nessun vestito è perfetto finché non guardo allo specchio e vedo me stessa.

Ecco perché scelgo gli abiti in base al mio personaggio. Ho trasferito nel mio modo di vestire tutto il mio vissuto, le mie ambizioni, le mie volontà, la mia smania, il mio immaginario, le mie fantasie, i miei rimpianti, la mia eccitazione, il mio autocontrollo, la mia disciplina, le mie debolezze, la mia irrequietezza interiore, la mia sensibilità, il mio snobismo apparente.

Penso alla scelta di un vestito come alla riuscita di una buona storia e alla riuscita di una buona storia come alla scelta di un vestito.

Ho bisogno di volteggiare all’alba per le scale del palazzo in cui vivo con un abito lungo nero e le manchette eccessive per andare a prendere il pain au chocolat della domenica mattina, ma non ho bisogno di piume e marabù per il gran gala dei finti mondani. Vestirsi della propria personalità è, in fin dei conti, di uno chic estremo. 


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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Il compendio dello chic, parte tre