Manifesto del cattivo gusto

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Credo nella poetica del cattivo gusto, è in grado di soddisfare ogni mia esigenza creativa. Credo anche nella mancanza di gusto - nel senso che credo che esista - e ovviamente credo nel buon gusto, ma solo il cattivo gusto suscita in me un certo brivido chimerico e piuttosto divertito.

Il cattivo gusto non si ricerca – o almeno io non conosco nessuno che ambisca ad essere etichettato come di cattivo gusto - ma si concede sempre naturalmente, casualmente e inconsapevolmente, come fosse una virtù – e probabilmente lo è.

Il cattivo gusto non ha pretese estetiche, ma è esso stesso una disciplina disarmonica e perfetta. Non cerca consenso, anche se probabilmente lo crea, non aspira ad essere rivoluzionario, ma influenza il pensiero di molti, non ha prospettive – e nemmeno aspettative – eppure favorisce movimenti avanguardisti e punti di vista sperimentali. Il cattivo gusto, così come lo intendo io, non è altro che un’iperbolica concretizzazione di ciò che esorbita dagli utopistici immaginari comuni. 

È un dato di fatto poi, che l’incontro con il cattivo gusto avvenga spesso in maniera del tutto inaspettata, ma porti sempre alla nascita di nuove correnti di pensiero o azioni rivoluzionarie e - a dimostrazione di questa tesi - potremmo chiamare in causa un qualsiasi incontro fortuito con la donna di cattivo gusto.

La donna di cattivo gusto crede che semplicità e naturalezza siano sinonimi di povertà e banalità, per questo fra i suoi mille vezzi c’è quello di truccarsi in modo eccessivo. D’altra parte è fermamente convinta che cambiare i lineamenti del proprio volto snobbando il chirurgo e ricorrendo solo all’aiuto di pennelli e ciglia finte sia un’impresa di grande successo - e diciamola tutta, non ha poi tutti i torti. Eppure non è proprio quella sovrabbondanza di maquillage ad essere tremendamente stimolante e a farvi venire in mente le ipnotiche e sacre danze indiane durante il Theyyam? Io lo trovo davvero straordinario e prenderei ispirazione da quell’incontro per precipitarmi all’istante dalla sarta chiedendole in ginocchio la realizzazione immediata di un abito da sciamano - abbandonerei il mio ventaglio di piume per un copricapo monumentale!

La donna di cattivo gusto è la massima esponente di un linguaggio inesplorato e indecifrabile, la cui ideologia predominante contesta la prevalsa di etica ed estetica su qualsiasi condotta morale. Ovviamente non conosce circostanze salottiere, gli unici eventi mondani a cui ambisce a partecipare sono i matrimoni delle sue cugine di quarto grado, occasione per cui sceglierebbe di sfoggiare stampe animalier e motivi floreali. Un dettaglio questo all’apparenza insignificante ed enigmatico, che farebbe gioire il mio spirito riportandomi alla mente un famoso quadro di Antonio Ligabue. E come quel leopardo che si stacca perfettamente dai verdi e dagli azzurri del paesaggio naturale, la donna di cattivo gusto si farebbe spazio fra gli invitati spiccando per mancanza di sobrietà e ampollosa leggerezza per poi - inconsapevole del suo apparire eccessivamente pacchiano - continuare a dilettarsi grazie alla sua indole chiassosa e scomposta. Uno spettacolo per i miei occhi di gran lunga migliore di una prima della Turandot. 

Ecco dunque perché non sopporto l’odio sconcertato e arrogante nei confronti del cattivo gusto - sintomo tra l’altro esso stesso di un atteggiamento cafone e poco brillante. Lo associo automaticamente ad una mancanza di immaginazione e la mancanza di immaginazione mi rattrista, mentre il cattivo gusto mi fa andare oltre il rifiuto del buon senso, offrendomi una prospettiva estetica goliardica e a tratti surrealista. Viva gli eccessi e la mancanza di moderazione, ma viva anche gli abiti troppo stretti e i collant color carne, che con il loro disgustoso scintillio mi fanno pensare ai nuclei galattici luminosi e alle galassie lontanissime. E infine viva la donna di cattivo gusto, la mia più grande e misteriosa fonte d’ispirazione.


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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