Quando ero una stagista da Chanel
Da Chanel ho imparato tutto quello che c’è da sapere sul senso del lusso e se ci penso ancora sorrido.
Era l’estate del 2017 ed ero una stagista da Chanel, nella boutique di Piazza di Spagna numero 85. Il primo giorno arrivai con largo anticipo - come mio solito quando sono agitata - entrai in boutique, era ancora chiusa al pubblico a quell’ora e per la prima volta la vidi vuota. Mi dissero di andare al piano superiore, l’accoglienza non fu quella che avevo sperato, ma in silenzio indossai la divisa blu notte, feci uno chignon basso e passai il rossetto rosso sulle labbra, un’abitudine che non è mai andata via.
Da Chanel ho imparato a indossare il rossetto rosso in modo accurato e meticoloso, tutto doveva essere perfetto, i capelli mai fuori posto e il trucco mai in abbondanza. Se invece vi state chiedendo da dove arrivi lo smalto rosso, quello viene da Diana Vreeland e da una signora chic che vidi in treno a 15 anni - alla fine credo di essere una sovrastruttura di sconosciuti e faccio delle persone che mi affascinano quello che Mademoiselle ha fatto con Misia Sert.
Nel giro di poco tempo imparai a muovermi, mi piaceva andare dalle sarte e guardarle mentre lavoravano. Un giorno venne una signora tedesca che acquistò una giacca di tweed bianca. C’era tutto in quella giacca, pudore e stravaganza, libertà e eleganza, leggerezza e esagerazione. Una delle sarte scese sul piano, con il grembiule e il centimetro intorno al collo, in un secondo fissò i punti che andavano sistemati. L’indomani la cliente tornò per la prova e - al di là del puro gusto personale - era semplicemente perfetta.
Un’altra delle cose che mi piaceva fare era chiudermi nel magazzino del prêt-à-porter, spesso andavo lì per infilare gli aghi delle sarte su un cuscinetto nero, dovevano essere messi formando un motivo matelassé. Era una stanza piccola piccola, ma piena di abiti da sogno e in quel periodo era esposta la collezione Paris Cosmopolite. Un giorno entrando trovai appeso un abito fatto di una cascata di tulle e organza con delle camelie nere cucite sul davanti, aveva sfilato con una veletta e una corona di rose.Tornai più volte a guardarlo e toccarlo, quell’abito era un trionfo di sontuosità infinita. Non credo che fu mai acquistato da qualcuno, probabilmente se ne tornò a Parigi con la stessa malinconia con cui io tornavo a casa dopo averlo fissato per ore.
Vivevo in un monolocale a Rione Monti e di notte uscivo sempre a camminare lungo via dei Fori Imperiali. Roma ad agosto è deserta quindi me ne stavo spesso da sola, ho passato delle serate meravigliose e forse mi sentivo davvero a posto con me stessa, per la prima volta libera e indipendente.
Di quel periodo ricordo la spensieratezza, le risate al piano meno uno - quello dedicato ai bijoux - insieme ad Allegra, il viaggio a Parigi che abbiamo fatto con Nicola, l’appartamento privato della boutique accessibile solo a pochi eletti, l’allure che emanavano alcune clienti, la forza che ho provato quando ho indossato una little black jacket e l’eternità della visione di una donna che era un paradosso vivente.
Chanel per me probabilmente è stato un passaggio fondamentale e inevitabile, vicino lo studio del direttore c’era un quadro con una foto famosa di Mademoiselle che indossava pantaloni ampi neri e una maglia in jersey a righe, semplice e rivoluzionaria. Ho sempre pensato che la moda in fondo non riguardasse ciò che è in voga in un determinato momento storico - ed è sciocco da parte mia visto il significato effimero e ciclico della parola stessa - eppure la percepisco così, non come una convenzione, ma come un modo di essere.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta