Saint Laurent
Ho guardato Saint Laurent e mi sono ricordata del perché amo la moda.
Pierre Bergé ha scritto che è nella natura degli artisti permettere ai comuni mortali di vedere il mondo, e Yves era un artista. Oggi ho visto tutto quello che amo di Saint Laurent, l’amore, l’immensità, la vittoria, l’oscurità, l’irriverenza, lo spettacolo, lo scandalo, il lusso, la forza. È un’ode di bellezza, un grido esuberante che non ha limiti.
C’è chi dice che lo scenario abbia rubato la scena agli abiti, forse si, forse no. Quando Yves iniziò a collaborare con Roland Petit creando i costumi per Cyrano de Bergerac, per La Chaloupée, per Les Forains e per tutti gli show di Zizi Jeanmaire, era perfettamente consapevole che pochi accessori messi insieme avessero il potere di evocare un mondo nuovo, e che il più delle volte bastasse l’entrata in scena di una ragazza nuda con un solo cappello di piume in testa per creare un momento teatrale - senza abiti teatrali. Come nel teatro di Yves, credo che la scena e la musica di Anthony non abbiano fatto altro che amplificare la potenza di abiti straordinari. La moda è illusionista e ha la capacità di capovolgere la realtà, di evaderne e di costruirne parallelamente una versione onirica, ed è per questo forse - come dice anche Anthony - che non dovrebbe essere presa troppo sul serio. Allora mi chiedo, è la moda ad essere il teatro del mondo o è il mondo a fare da scenario alla moda?
Avevo 23 anni, fu un periodo molto Saint Laurent. Stavo curando l'archivio di una collezione privata di abiti di Yves e andai a Parigi per vedere una mostra al museo della maison in Avenue Marceau. O almeno questa è la versione ufficiale, la verità è che ero scappata a Parigi da sola per una delusione d'amore, ma chi non lo fa? Per me per esempio scappare è un grandissimo cliché. Quando arrivai in città era quasi mezzanotte e ovviamente mi persi - il mio telefono era già morto da un pezzo - ma riuscii a chiedere aiuto ad un ragazzo che mi disegnò su un pezzo di carta volante la strada per arrivare in hotel, anche se poi passai metà della notte seduta a Trocadéro. Il giorno seguente uscii dalla mia stanza d’hotel con una ventata di spensieratezza e con un vestito in lino grezzo completamente trasparente, tanto a Parigi se vai in giro nuda non se ne accorge nessuno. Quel giorno l’ho passato al Musée Yves Saint Laurent e - come spesso mi accade in questi casi - ho pianto. Credo sia stato quello il momento in cui ho capito ciò che la moda rappresentasse per me, mi sentivo viva e volevo far sentire la mia voce, ritagliarmi uno spazio e impormi. Passai il resto dei giorni in hotel nella vasca da bagno a bere champagne comprato a Le Bon Marché - non scherzo, soffrivo comunque il mal d’amore.
Credo di poter dire di essermi innamorata della moda e degli archivi grazie a Yves Saint Laurent, oggi Anthony me lo ha solo ricordato. È stata una sublime intermittenza di emozioni, muse moderne e invincibili che avanzano spregiudicate in uno scenario enfatico. Quasi a voler dire, voglio sentirmi forte, avere fiducia in me stessa e far cadere il mondo ai miei piedi. Non è forse questo il compito di Saint Laurent?
Illustrazione a cura di Francesca Caserta