Una superficialità che conta

Ecco uno - o poco più - di quegli aneddoti che riguardano la più affascinante virtù dell’era moderna, la superficialità.

Sbaglia in modo considerevole chi giudica nefasto il capriccio di agiatezze e vanità. La superficialità non è abnegazione d’intelletto, ma presagio di grande personalità. Una scienza puntuale e misurata, inebriante come un allucinogeno, salvifica più di uno psicofarmaco. 

Ecco quindi l’elenco smisurato, ma pur sempre limitato, delle cose superficiali in grado di risollevare ogni mia improvvisa - e apparentemente indomabile - crisi:

Primi fra tutti i gioielli.  Se a popolarità ed effervescenza vuoi arrivare, di un imponente gioiello ti dovrai attrezzare. Lo sapeva bene Maria Antonietta, che non godeva certo di buona reputazione. E ahimè si sa, che chi gode di buona reputazione è generalmente infelice, o più tristemente, morto.

Punto secondo, le infatuazioni notturne. Non quelle che portano allo sperpero d’amore, ma che puntano più finemente a un purissimo scialacquamento di denaro e che - tratto da una storia vera - sono dovute all’incontro mistico e casuale con una gonna in stria matelassé di Cecilie Bahnsen, la Rose Bertin del secolo attuale. Lunga vita alla bella stagione e alla mia nuova silhouette da voluminosissimo tulipano.

Terzo, anche un’altra e più classica varietà di infatuazioni. Diva lussuriosa e soprano magistrale, per esempio, Hortense Schneider è stata una donna chicchissima del Secondo Impero Francese. Rappresentò - in scena e nella vita - tutta la sete di leggerezza e l’opulenza beffarda di una società frivola e maledettamente irriverente. Statuaria in un vortice di amanti e trionfante sfrontatezza, si annovera che persino Alfred Cartier si unì a ovazioni e applausi al Palais Royal. Soprannominata Le Passage des Princes per ovvi motivi e indiscutibili ragioni, è la prova concreta che una libidine lasciva è spesso causa di grandi benefici.

Quarto, la mania dell'accumulazione e la smania della dispersione. Di libri, iniziati e mai vissuti. Di piani futuri, concepiti e mai conseguiti. Di onesti intenti, giurati e mai osservati.

Quinto, le distrazioni. Si caro. Dimmi. No. No, non vedi la pagina sul giornale perché il giornale uscirà domani. Si. Si, certo. Silenzio. Posso chiamarti tra, non so, facciamo 6 minuti e 45 secondi? Grazie, sei gentilissimo. Chi non è mai stato distratto a lavoro dall’improvvisa apparizione di un’abbondanza di gioielli provenienti da un archivio che farebbe invidia agli undici quintali di bronzo dorato - forgiato dalle officine Lacarrier di Parigi - dell’astrolampo del Teatro Regio di Parma? 

Fine. Non per mancanza di atteggiamenti da indicizzare, ma per scarsità di volontà da concretizzare. Quali siano le cause di tanta vanità e banalità non è dato saperlo. Il talento esagerato per ciò che è inconsistente? Sicuramente. Il gusto appariscente di un animo sontuoso? Senz’altro. Il decadimento e la troppa leggerezza di costume? Anche. Ma visse di stenti e di gioielli, diranno un giorno i miei pronipoti. E sinceramente lo trovo davvero molto chic.


Illustrazione a cura di Francesca Caserta

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