Vulnerabile Trinità
Dicono che tutto il mio savoir vivre oscilli freneticamente e spasmodicamente tra lo snobismo di un’aspirante diva, la sacra evanescenza di una perla da salotto e la provocatoria decadenza di una puttana molto sportiva. Ma che vulnerabile trinità.
Dopotutto, osare, è stata - negli anni della mia formazione - la parola più utilizzata da mia madre. Non importa. Diceva. Tu osa. E infatti, ho osato tante volte. Poi, un giorno, ho osato così tanto che me ne sono andata via da Roma. Perché una donna di mondo - mi sono detta - è così che fa. Si lascia alle spalle cocci di drammi in frantumi e, da sola, va incontro a tutto ciò che è ignoto. Così, ho raccolto tutte le mie cianfrusaglie e sono arrivata a Parma.
Che poi, io, Parma, non l’avevo nemmeno mai sentita nominare. Ma forse è vero che uno, la propria sorte, se si ascolta bene, la conosce già dalla tenera età. E in effetti, io mi sono sempre sentita una grande duchessa, sarà per questo che, a un certo punto, il destino ha deciso di regalarmi un grande ducato. Anche se probabilmente questo avrei dovuto capirlo osservando mia nonna, che evidentemente nacque animalista e infatti, fu destinata a indossare ogni giorno una pelliccia diversa.
La mia Parma è una Babele borghese. Il simulacro emblematico di chi, sentendosi in difetto, sente spesso la necessità di rivendicare il proprio rango con una plateale accozzaglia di innumerevoli faziosità. Lussuosa, nel suo perpetuo tentativo di avvinghiarsi al passato. Dissoluta, nella sua ricerca smodata della contemporaneità. Eppure, se c’è una cosa di cui sono fermamente convinta, è che, in generale, nel nostro percorso di vita, è quasi sempre meglio essere drammaticamente anacronistici. Vivere perpetuamente nel passato, o nel futuro se volete, ma mai nella contemporaneità. Ecco perché mi piace Parma. Perché è come me. E nel suo vano sforzo di adattarsi al mondo, continua imperterrita e indisturbata a vivere secondo il suo tempo. E in fin dei conti, anche io, non ho fatto altro che seguire il mio tempo. Per questo, ancora una volta, me ne sono andata.
Così, ho raccolto organza e velleità sotto una cappa magna d’erotiche ambizioni. Tre metri di voluttà e uno strascico di logorata opulenza. Poi, con un leopardo ai piedi e la testa mozzata di Luigi XIV sotto il braccio, sono arrivata a Milano.
Milano, per me, è un po’ il ritrovo dei reietti. Dove stanno tutti coloro che non hanno trovato un altro posto nel mondo e che, pur di non sentire il peso della propria storia, hanno preferito reinventarsi. Snob? Probabilmente si. Ma che ci volete fare, è chiaro a tutti che anche snob, un po’ lo sono. Comunque, non penso che mi reinventerò. Reinventarsi richiede troppa fatica e tutto sommato io preferisco starmene in posizione orizzontale. Poi, ad essere del tutto sincera, non ne sono proprio capace.
Dopotutto, credo ancora negli eretici, nell’irriverenza e nella mitomania. Nelle gorgiere a ruota e nell’abbandono. Nel teatro e non nei teatranti. Nell’estasi, quella che rifugge la noia, nell'assuefazione e nelle calze di seta. Ma soprattutto, credo ancora nei miserabili che adorano Venere e mai, proprio mai, nei borghesi che invocano Dio.
Illustrazione a cura di Francesca Caserta